Appare nel “Connessus-NethArs” una sinfonia di simboli, come un melograno che si apre mostrando i chicchi sapidi e colorati dal sapore intenso e acre. Numeri per indicare il profondo dell’anima; messaggi per indirizzare la mente e il cuore verso la vetta dell’essere e dell’esistere: così il significato matura in un gioco di armoniosa struttura. Non è scienza nuova: tutte le religioni e le più antiche congregazioni esoteriche hanno all’interno della loro simbologia la natura del celato che si svela all’iniziato. Qui gli iniziati non sono i maestri della scuola azzurra, ma i lettori, gli ascoltatori e soprattutto gli artisti che si cimentano in un gioco labirintico d’intensità svelata attraverso le parole che rappresentano il Filo di Arianna per giungere al traguardo dell’esistenza matura e nobile, coniugata al sapere e all’amore come la raccolta di fondi per i bambini del Terzo Mondo. Eccoli, puntuali, allora i vertici delle steli (quando saranno erette) che svettano nei cieli, alte dodici metri tanto quante le tribù di Israele, i discepoli di Gesù, le ore del dì; eccoli allora i lati del menhir (per usare un termine caro alla cultura bretone), quattro come gli elementi della natura (terra, acqua, aria, fuoco) e criptico numero del femminile; eccole allora le cifre delle vette, cinque come i continenti della terra sormontate da una punta di bronzo su cui è inciso il Djed (simbolo egizio  della vita eterna su cui compaiono alcune tacche per indicare la venuta degli dei; l’ultima forse per annunciare l’avvento del Maestro). Così si gioca con il segreto dell’alfabeto in un percorso simbolico, attraverso il quale si giunge all’armonia dell’idea: una condizione d’impronta esoterica dichiarata alla sfinge, all’homo sapiens per fornire un labirinto di cime indirizzate al cielo (obelischi dell’amore universale) dove si trova (per convenzione e dialettica) la dimora dell’Assoluto. Ed è un perdersi nelle condizioni umane al confronto dell’Immenso, del mai raggiunto, dell’impossibile, del divino che concepire è arduo se non materia solo dei Santi, in un percorso di pensieri, dimora della condizione e del rapporto con il mare in cui si deve solo annegare per riemergere bagnati di sudore. É così che “Connessus-NethArs” (ideato da Giuseppe Rogolino giornalista e scultore dal sapere nobile e maturato sulla docile dolcezza di Giusy D’Arrigo, artista dalle magiche espressioni) gioca con la mente dell’uomo (ascoltatore presuntuoso e ingenuo) mostrando la pietra e il bronzo in un modello archetipico d’indubbio fascino e d’indubbia memoria.

Il simbolo, citato all’inizio, si struttura con tutto il suo procedere nel Credo del fedele alla ricerca del significato, svelato dalla sapienza nel modello della perfezione artistica e nella dinamica della maturità oggettiva del manufatto: un’opera d’arte… tante opere d’arte disseminate nelle regioni più significative del mondo. La prima sarà posta ad Assisi (universalmente individuata topos di pace), in un luogo dal sapore vero, conosciuto in tutto il globo per una dizione spontanea dell’Amore con l'”A” maiuscola, come l’ha dettato San Francesco: il mansueto cercato dal Cristo di San Damiano, il poverello che ha tracciato una linea di demarcazione fra Dio e mammona. Non si possono servire due padroni e la povertà è il segno della dimensione più nobile se ricercata nella dignità del possibile e non dell’assurdo, nei modelli della sapienza naturale e della nobiltà strutturata sulla generosità verso l’altro. Un altro che non sempre è il bisognoso del pezzo di pane, ma può rappresentare anche l’alter ego in cerca della pace e dell’armonia nel disegno divino della poesia e della generosità che ha in sé tracce di pietà: nobile tessuto dell’anima in un percorso dalle strutture metafisiche e reali. Un apostolato dell’armonia nella pace delle genti. Una “NethArs” (stele votata verso il Cielo) dovrebbe nascere (credo io) a Betlemme dove ebbe inizio la rivoluzione globale e celeste del creato (<Viene nel mondo la luce che illumina ogni uomo>. Giovanni) o a Gerusalemme: termine ultimo del percorso terreno del Maestro, dove è possibile respirare la tolleranza delle tre religioni monoteiste che convivono nella logica della manifesta, consapevole diversità che forse un tempo all’infinito troverà l’utopica unità. E come dimenticare Efeso? Dove la Donna, la Madre di Gesù, trovò rifugio nella dimora di Giovanni: lo ricorda nella sua bella poesia Andrea Santoro, martire nella sua chiesa di Trebisonda in Turchia del fondamentalismo islamico. Tanti sono i luoghi e ogni topos grida dignità per ospitare una vetta dalla punta di bronzo che, collegata alle altre, irradi messaggi di pace con quel perimetro di energia nascosta, nobile e creativa, votata alla cattura dei cuori di tutti gli uomini al di là del colore della pelle, del credo religioso, della cultura e della lingua. Lì dove c’è il messaggio universale dell’amore.

Crisostomo Lo Presti

Taormina, 6.10.2013

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